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barbara85 in "Eurydice" by H.D.

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mercoledì, aprile 11, 2007

"Eurydice" by H.D.

I

So you have swept me back,
I who have walked with the live souls
above the earth,
I who have slept among the live flowers
at last;

so for your arrogance
and your ruthlessness
I am swept back
where dead lichens drip
dead cinders upon moss of ash;

so for your arrogance
I am broken at last,
I who had lived unconscious
who was almost forgot;

if you had let me wait
I had grown from listlessness into peace
if you had let me rest with the dead,
I had forgot you
and the past.

II

Here only flame upon flame
and black among the red sparks,
streaks of black and light
grown colorless

why did you turn back,
that hell should be reinhabited
of myself thus
swept into nothingness?

why did you turn back?
why did you glance back?
why did you hesitate for that moment?
why did you bend your face
caught with the flame of the upper earth,
above my face?

what was it that crossed my face
with the light from yours
and your glance?
what was it you saw in my face?
the light of your own face,
the fire of your own presence?

what had my face to offer
but reflex of the earth,
hyacinth colour
caught from the raw fissure in the rock
where the light struck,
and the colour of azure crocuses,
and the bright surface of gold crocuses
and of the wind-flower
swift in its veins as lightning
and as white.

III

Saffron from the fringe of the earth,
wild saffron that has bent
over the sharp edge of earth,
all the flowers that cut through the earth,
all, all the flowers are lost;

everything is lost,
everything is crossed with black,
black upon black
and worse than black,
this colourless light

IV

Fringe upon fringe
of blue crocuses,
crocuses, walled against blue of themselves,
blue of that upper earth
blue of the depth upon depth of flowers,
lost;
flowers, if I could have taken once my breath of them,
enough of them,
more than earth,
even than of the upper earth,
had passed with me
beneath the earth;

If I could have caught up from the earth
the whole of the flowers of the earth,
if once I could have breathed into myself
the very golden crocuses
and the red
and the very golden hearts of the first saffron,
the whole of the golden mass,
the whole of the great fragrance,
I could have dared the loss.

V

So for your arrogance
and your ruthlessness
I have lost the earth
and the flowers of the earth,
and the live souls above the earth,
and you who passed across the light
and reached
ruthless;

you who have your own light,
who are yourself a presence,
who need no presence;

yet for all your arrogance
and your glance,
I tell you this:

such loss is no loss,
such terror, such coils and strands and pitfalls
of blackness
such terror
is no loss;

hell is no worse than your earth
above the earth,
hell is no worse,
no, nor your flowers
nor your veins of light
nor your presence,
a loss;
my hell is no worse than yours
though you pass among the flowers and speak
with the spirits above the earth.

VI

Against the black
I have more fervour
than you in all the splendour of that place,
against the blackness
and the stark grey
I have more light;

and the flowers,
if I should tell you,
you would turn from your own fit paths
toward hell,
turn again and glance back
and I would sink into a place even more terrible than this.

VII

At least I have the flowers myself,
and my thoughts, no god
can take that;
I have the fervour of myself for a presence
and my own spirit for light;

and my spirit with its loss
knows this;
though small against the black,
small against the formless rocks,
hell must break before I am lost;

before I am lost,
hell must open like a red rose
for the dead to pass.


postato da: akamu alle ore 19:04 | link | commenti (1)
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domenica, febbraio 25, 2007

The hours


postato da: akamu alle ore 19:45 | link | commenti (2)
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Sabrina On the Floor

AUDREY ON THE FLOORnowordsO forse, leggera com'è, levita nell'aria e non lascia traccia?

postato da: akamu alle ore 18:35 | link | commenti
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mercoledì, marzo 22, 2006

L’uomo flessibile GAD LERNER [La Repubblica, mercoledì, 22 marzo 2006]
Da qualche giorno una malaugurata illusione ot­tica ha posto al centro del dibattito pubblico italiano lo scontro fra due opposti Paperon de' Paperoni: il miliardario Silvio Berlusconi e il miliardario Diego Della Valle. La realtà sociale pare quasi in­dietreggiare cedendo spazio ai due campioni rappresentativi di affascinanti storie di successo. Certo, permane evidente la di­stanza fra i comportamenti dell'uno e dell'altro patron. Ma la caricatura alla fine ci costringe a semplificare, a scegliere fra due primattori del capitalismo eletti a simbolo di opzioni politiche al­ternative. Ormai assuefatti come siamo alla crescita esponenziale delle disuguaglianze di reddito, si sono modificate anche le no­stre nozioni di giustizia sociale e di rappresentanza dei conflitti. Al contrario, in Francia sembra tornata i lotta di classe. Con un protagonista uovo, impossibile da mortificare in a mera dimensione identitaria etnico-religiosa: è scoppiata infatti a Parigi la rivolta dell'uomo flessibile. Che può esse­re anche bianco, battezzato, insomma figlio nostro. L'uomo flessibile è quello che più di ogni altro subisce l'apartheid che separa i lavori protetti da quelli che non lo sono, me scriveva ieri Barbara Spinelli su la Stampa. Segnalando la collera di chi vede spezzarsi uno dopo l'altro i fili che dovrebbero tener stretta la società. In Francia come in Italia, l'uomo flessi­e è innanzitutto il giovane condannato a una dimensione esistenziale precaria. Una condizione che secondo i dati resi ti dalla Banca d'Italia riguarda addirit­tura la metà dei nuovi entrati nel mondo del lavoro nel 2005. Rovesciando le aspettative fino al punto che i giovani laureati, almeno inizialmente, percepirebbero secondo l’Ires Cgil un reddito inferiore ai giovani lavoratori non laureati. Sono anni che predichiamo a questi giovani la fine del posto fisso. Li incorag­giamo all'autoimprenditorialità. Spiegh­iamo loro che senza propensione al rischio, senza disponibilità al cambiamen­to insomma senza flessibilità - non c'è futuro. Alla metamorfosi dei sistemi produtti­vi, all'economia dei downsizing delle ristrutturazioni, si è infine sommato il nuovo ­tempo di guerra che è per sua natura il tempo dell'incertezza. Così il messaggio si fa ancor più confuso. ­Perché nella morale bellica e nel lin­guaggio comune un uomo inflessibile re­sta assai più ammirevole dell'uomo fles­sibile. Ma è invece dell'uomo flessibile che il sistema mostra di avere bisogno. Senza alcuna garanzia che l'incertezza si traduca in miglioramento. Al contrario. La flessibilità come virtù è il contenuto prevalente di tutte le modifiche legislative i­ntrodotte nel diritto del lavoro e, ancor più, nell'esperienza quotidiana di chi è in cerca di primo impiego. La pretesa idelogica che accompagna tale innovazione è ambiziosissima: si tratterebbe di realizzare una rivoluzione antropologica vincendo un bisogno di sicurezza liqui­dato come retrogrado. Quasi che l'eco­nomia di mercato si incaricasse di realiz­zare il sogno totalitario in cui prima di lei aveva fallito il marxismo: plasmare final­mente l'uomo nuovo, cioè, appunto, l'uomo flessibile. Prima nel mondo pove­ro, ma adesso pure in casa nostra. Non voglio qui discutere le stringenti necessità che sospingono l'economia eu­ropea a riformare i meccanismi d'acces­so e di tutela del lavoro subordi­nato. Anche se sarebbe meglio verificarne per tempo gli esiti pratici nella mecca del pen­siero unico, cioè all'interno del modello sociale statunitense: do­vremo pur rico­noscere che neanche il pro­lungato ciclo economico di crescita degli Usa ha invertito la tendenza al peggioramento delle condizioni di vita ai gradini bassi della scala sociale. Ma senza trop­po fantasticare su possibili mo­delli alternativi, mi limiterei a se­gnalare una ragione forte che già accomuna i giovani francesi in rivolta e gli an­cora fin troppo sottomessi giovani italiani nel respingere come ingiusta la flessibilità prospettata loro. Da che pulpito viene la predica? Voltiamoci un attimo indietro e guar­diamo come si sono comportati negli ul­timi vent'anni i teorici della flessibilità, a cominciare dagli imprenditori italiani e francesi. Troppo facile elogiare la propensione al rischio quando si tratta di intaccare le garanzie dei soggetti sociali più deboli, e poi rifugiarsi al riparo della concorrenza quando si tratta di proteggersi dal rischio d'impresa. Perché mai a rischiare dovrebbero essere per primi i nuovi venuti e i poveracci? Davvero, a cominciare dal nostro monopolista presidente del Consiglio, si è predicato bene e razzolato male. Quanta parte dei profitti industriali viene reinve­stita in rendite finanziarie? A quante illegittime spartizioni di mercato abbiamo assistito? Quanti grandi imprenditori si sono rifugiati nella cuccia calda delle concessioni go­vernative? Quanti fallimenti azien­dali abbiamo vi­sto corrispondere alle centinaia di migliaia, ai milio­ni di fallimenti la­vorativi indivi­duali? Come ha scritto Richard Sennett ne "L'uo­mo flessibile" (Feltrinelli): «La manualistica po­polare è piena di ricette per il suc­cesso, ma non di­ce molto su come affrontare un fal­limento». Ho sempre sa­puto che quando si deve incentiva­re la propensione al rischio e la ri­nuncia a garanzie di comodo, le éli­tes sono chiamate per prime a dare il buon esempio. Se si deve cambiare, comincino i più forti a indicare la strada difficile, le­gittimando così i sacrifici richiesti ai più deboli... Risultato: né i campioni nazionali del modello statalista francese, né tanto me­no i protagonisti nostrani dei patti di sin­dacato e dell'economia di relazione, han­no i requisiti minimi per chiedere ai gio­vani di trasformarsi in uomini flessibili. Questo è l'handicap che grava su ogni politica riformista in materia di diritto del lavoro, spiace dirlo a Pietro Ichino e agli altri studiosi che denunciano la plateale ingiustizia dei due mercati del lavoro subordinato: quello di serie A tutelato dai sindacati, e quello di serie B in cui i preca­ri sono abbandonati a se stessi. La rivolta dei giovani francesi e la silen­ziosa disillusione dei giovani italiani so­no entrambe alimentate dalla scandalo­sa assenza di credibilità evidenziata dai rispettivi establishment. La parola "rischio", ricorda Sennett, deriva dall'italiano rinascimentale risi­care, cioè "osare". Ma quelle erano so­cietà giovani e aperte. I politici europei contemporanei misurano i loro consensi di fronte a un elettorato sempre più an­ziano, e dunque se non interverranno modifiche radicali nello stesso suffragio universale (per esempio l'assegnazione di più voti alle famiglie con figli minoren­ni) sarà ingenuo fare affidamento sulla loro lungimiranza. Ecco allora puntuale riesplodere la tra­dizionale collera francese, anticipatrice di un moto destinato a spaccare anche la nostra società. I giovani sono David che fronteggiano il Golia della flessibilità, scrive ancora Sennett. Ma la rottura di so­lidarietà intergenerazionali rischia di avere effetti di lungo periodo non riduci­bili a un, per quanto biblico, duello. Per­ché, attenzione: «Un regime che non for­nisce agli esseri umani ragioni profonde per interessarsi gli uni agli altri non può mantenere per molto tempo la propria le­gittimità». Si prospetta nella rivolta con­tro il precariato una vera e propria crisi di sistema. Il capitalismo flessibile emana un'indifferenza agli sforzi umani e al de­stino delle persone senza precedenti nel­le esperienze comunitarie del passato. La pretesa di forgiare l'uomo flessibile rischia di rivelarsi per lo meno altrettan­to nefasta della clonazione umana.

postato da: akamu alle ore 20:11 | link | commenti (1)
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venerdì, gennaio 06, 2006

Stopping by Woods on a Snowy Evening
by Robert Frost

      Whose woods these are I think I know.
      His house is in the village, though;
      He will not see me stopping here
      To watch his woods fill up with snow.

      My little horse must think it's queer
      To stop without a farmhouse near
      Between the woods and frozen lake
      The darkest evening of the year.

      He gives his harness bells a shake
      To ask if there's some mistake.
      The only other sound's the sweep
      Of easy wind and downy flake.

      The woods are lovely, dark, and deep,
      But I have promises to keep,
      And miles to go before I sleep,
      And miles to go before I sleep.

postato da: akamu alle ore 15:18 | link | commenti
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domenica, maggio 29, 2005

0 dark, dark, dark
O dark dark dark. They all go into the dark,
The vacant interstellar spaces, the vacant into the vacant,
The captains, merchant bankers, eminent men of letters,
The generous patrons of art, the statesmen and the rulers. Distinguished civil servants, chairmen of many committees, Industrial lords and petty contractors, all go into the dark,
And dark the Sun and Moon, and the Almanach de Gotha .
And the Stock Exchange Gazette, the Directory of Directors,
And cold the sense and lost the motive of action.
And we all go with them, into the silent funeral,
Nobody's funeral, for there is no one to bury.
I said to my soul, be still, and let the dark come upon you
Which shall be the darkness of God. As, in a theatre,
The lights are extinguished, for the scene to be changed
With a hollow rumble of wings, with a movement of darkness on
darkness,
And we know that the hills and the trees, the distant panorama
And the bold imposing facade are all being rolled away
Or as, when an underground train, in the tube, stops too long between stations
And the conversation rises and slowly fades into silence
And you see behind every face the mental emptiness deepen
Leaving only the growing terror of nothing to think about;
Or when, under ether the mind is conscious but conscious of nothing –
I said to my soul, be still, and wait without hope
For hope would be hope for the wrong thing; wait without love
For love would be love of the wrong thing; there is yet faith

But the faith and the love and the hope are all in the waiting.
Wait without thought, for you are not ready for thought:
So
the darkness shall be the light, and the stillness the dancing.
Whisper of running streams, and winter lightning.
The wild thyme unseen and the wild strawberry,
The laughter in the garden, echoed ecstasy
Not lost, but requiring, pointing to the agony
Of death and birth. 
                                You say I am repeating
Something I have said before. I shall say it again.
Shall I say it again? In order to arrive there,
To arrive where you are, to get from where you are not.
  You must go by a way wherein there is no ecstasy.
In order to arrive at what you do not know
  You must go by a way which is the way of ignorance.
In order to possess what you do not possess
You must go by the way of dispossession.
In order to arrive at what you are not
             You must go through the way in which you are not.
And what you do not know is the only thing you know
And what you own is what you do not own
And where you are is where you are not.
        
(from: T.SA. Eliot,  Four Quartets – East Cocker)


postato da: akamu alle ore 09:49 | link | commenti (4)
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venerdì, aprile 22, 2005

La Repubblica , martedì 19 aprile 2005
La lingua rap
di Marco Lodoli
Esprimersi è diventata or­mai una fatica immane: questo ho notato di recen­te nella scuola della periferia ro­mana dove insegno. Per anni mi sono divertito registrando le in­venzioni linguistiche che spon­taneamente nascevano tra i ra­gazzi. Qualcuno per la paura "aveva smaltito", qualcun altro "sclerava", quel comico era un "taglio", quell'amico "aveva per­so la brocca". Il dialetto e la lin­gua si mescolavano con vivacità, e certi racconti erano un prodi­gio di leggerezza ed efficacia. Se non si trovava una parola, si in­ventava, e il discorso andava avanti scoppiettante. Insulti e minacce, poi, erano veri capola­vori dell'immaginazione, buffe acrobazie verbali in cui si risolve­va allegramente ogni aggressi­vità: "Ti piglio per le orecchie e t'alzo come la Coppa dei Cam­pioni", "T'acchiappo per il naso e mi ti porto via sulla spalla come una giacchetta estiva". Poi è ac­caduto qualcosa, le frasi si sono fatte sempre più corte e generi­che, più ansimanti. Spiegare co­sa s'è fatto il pomeriggio prece­dente, o la trama di un telefilm, un pensiero o un'emozione, per i miei allievi è diventato quasi impossibile. "So cosa voglio dire, ma non riesco a dirlo" è la spie­gazione più comune, e fanno male tutti quei sentimenti che ri­mangono dentro a marcire, quei pensieri incistati e senza voce. E allora mi è tornata in mente una frase di Joseph de Maistre che lessi in un libro di Cioran: "Ogni degradazione individuale o na­zionale è immediatamente an­nunciata da una degradazione rigorosamente proporzionale del linguaggio". Se ci sintoniz­ziamo su una qualsiasi radio pri­vata o su Mtv ci rendiamo imme­diatamente conto della carestia linguistica in corso.  I deejay che parlano per ore ai ragazzi hanno un vocabolario fatto di cinquan­ta parole, balbettano, ridacchia­no, si lanciano in discorsi che muoiono in dieci secondi, non riescono nemmeno a spiegare la musica che stanno trasmetten­do. Èun gorgoglio insensato, una sfilza di frasi fatte, di esclamazio­ni inutili, un filo che s’aggroviglia di continuo e si sfibra. Vorremmo suggerire qualche parola, per aiutarli ad andare avanti, ma da casa non possiamo farlo. Non stiamo qui a rimpiangere un ita­liano forbito o prezioso, nessuno vuole ammorbare il prossimo con la pedanteria di un accade­mico della Crusca: però l'afasia crescente mi fa soffrire, davvero mi dà l'impressione di una crisi irrimediabile che toccale perso­ne e il paese. Persino i termini più familiari, quelli nati dal popolo, sono dimenticati. Non mi riferisco al dialetto delle poesie del Belli, ormai pressoché incom­prensibili, ma a termini che cre­devo d'uso corrente. Un esem­pio: in una classe di venti studen­ti, tutti romani, nessuno cono­sceva il significato di "tignoso", parola che in città da tanto ha so­stituito caparbio, ostinato, te­stardo. È un aggettivo che imma­ginavo ormai patrimonio collet­tivo, fino a ieri era sulla bocca di tutti e oggi scomparso, disperso, morto. Ancora: tutti ignoravano il significato di "impunito", pa­rola chiave nel lessico romano, che si può tradurre in italiano so­lo con una lunga perifrasi, "uno che l'ha sempre passata liscia e per questo ora è tracotante". E la strage continua ogni giorno, il vocabolario si assottiglia sempre più e così esprimersi e comuni­care sta diventando un impresa sovrumana. Molti allievi confes­sano di non seguire mai un tele­giornale perché non capiscono quello che viene detto. Guarda­no le immagini, magari, ma il di­scorso che le accompagna si per­de nel vuoto. Questo è il punto. La civiltà dell'immagine ha or­mai schiantato quella delle paro­le, ma le immagini si subiscono e basta. È ovvio che ci sia ancora molta gente che legge e parla, che si racconta e ascolta, le libre­rie funzionano ancora decente­mente, i reading degli scrittori sono spesso affollati, i volumi in edicola vanno alla grande. Però sta crescendo un'altra Italia, sor­da e muta, persa in un'infelicità gutturale, in grugniti e parolacce e risatine, che non sa più spiega­re neppure cosa prova e pensa. Certo, i messaggini telefonici ab­bondano, ma in fondo sembra­no solo ribadire un unico concet­to: io sono qui, tu dove sei? Io esi­sto ancora, e tu? Ma di chi è la col­pa di questo terribile impoveri­mento? E’ sempre la televisione la responsabile oppure, e sarebbe tragico, è l'energia vitale che si sta prosciugando fin nelle paro­le? A me pare che il declino dell'I­talia - economico, culturale, scientifico –ha la sua prima ma­nifestazione, la più immediata e forse la più angosciante, in que­sta crisi del linguaggio. Chi sa parlare spesso si parla addosso, per ribadire la propria sterile in­telligenza, per occupare narcisi­sticamente una vetrina - e chi non sa parlare sprofonda in un mutismo intimidito o in farfu­gliamenti insensati. Se si vuole che il paese riprenda a muoversi, bisogna incoraggiare gli investi­menti, aiutare le aziende, la ri­cerca, le famiglie, ma anche e so­prattutto restituire una lingua naturale agli italiani, affinché non ci sia solo strepito o silenzio. Altrimenti ben presto l'Italia sarà simile a un manicomio dirocca­to dove ognuno parlotta o tace da solo, cupamente


postato da: akamu alle ore 17:28 | link | commenti (3)
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martedì, aprile 19, 2005

Ossessioni.
Fragili persistenze che ti incatenano a volte per più di una vita.


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mercoledì, marzo 30, 2005

PERCHE' APRILE E' SEMPRE IL PiU' CRUDELE

Un impossibile vento, un'impossibile immagine, un impossibile.


postato da: akamu alle ore 19:05 | link | commenti (4)
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sabato, marzo 12, 2005

MENSOLE, SCAFFALI E PARITA' TRA I SESSI
L'Ikea, lo si sa, produce mobili da assemblare in una logica "fai da te", seguendo i dettagliati manuali di istruzioni. Tuttavia, ahimé, nel nei suddetti manuali ci sono solo sagome di omini operosi, intenti al montaggio. Insorge la Norvegia: "E delle donne che ne facciamo? Cosa ne sarà della parità tra i sessi se non le si ipotizza capaci di destreggiarsi con bulloni e viti?".
L'Ikea si giustifica: "Noi siamo stati politically correct, solo che lo siamo stati nei confronti degli acquirenti musulmani, la cui sensibilità avremmo potuto ferire rappresentando donnine all'opera con chiodi e emartelli in ardue imprese di assemblaggio".
Poi l'Ikea ci ripensa. Forse conviene assecondare i compratori occidentali e ci viene garantito che compariranno, sui preziosi manuali, sagome di entrambi i sessi, secondo un'equa distribuzione dei compiti e delle quote.


postato da: akamu alle ore 09:02 | link | commenti (2)
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domenica, febbraio 27, 2005

 The Hours.  

Virginia, Clarissa Dalloway, tutte le altre signore che – negli anni - compongono mazzi di fiori in vasi di vetro e porcellana: figure di donne che nascondono il disadattamento, l’estraneità, una infelicità sottile, ma radicale. Tra i loro sorrisi sociali e i gesti misurati si nasconde e lavora incessante il tarlo del silenzio, il desiderio di fuga verso la vita e nel contempo, il richiamo accogliente e assordante dell'oscurità.

Everything glows and pulses. Everything is infected with brightness, throbbing with it, and she prays for dark the way a wanderer lost in the desert prays for water.


postato da: akamu alle ore 16:02 | link | commenti (9)
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domenica, febbraio 06, 2005

 

Michele Serra

(La Repubblica, domenica 6 febbraio, 2005)

 Abituati all’orribile casistica di bimbi rapiti e inghiottiti dalla violenza, rischiamo di non festeggiare abbastanza la morbida, consolante fiaba del bambino di Vallo della Lucania salvato da tre cani, che lo hanno scaldato e protetto nella notte invernale. La storia è bella perché non é "animalista" in quella maniera stucchevole e disneyana che tende a snaturare le bestie: sono stati proprio i tre cani, girovagando da veri cani, a tentare il bambino. È per seguirli che si è perduto, per essere cane anche lui non avendone l’istinto e la forza di sopravvivenza. È a causa delle tre bestie che il bimbo ha varcato la porta minacciosa e irresistibile dell'oscurità.

Ma ha fatto bene a fidarsi. Buio e freddo non hanno potuto nuoce­re allo strano branco, tre cani e un aspirante tale, perché il branco si è chiuso in un nido di peli e calore, e ha trascorso la notte dormiente e protetto. Mi piacerebbe conoscere i sogni di quel bambino e di quei cani (sognano anche i cani e molto) scaturiti dalla insolita alleanza dei quattro corpi intrecciati in una piccola, innocente ammuc­chiata a cielo aperto. Meravigliosa promiscuità, nascosta alle centi­naia di adulti in angoscia che li hanno cercati inutilmente tutta la notte: e come facevano a trovarli?, si erano nascosti nel margine inaccessibile del gioco infantile. Per amici immaginari, un bambino aveva trovato tre veri cani.


postato da: akamu alle ore 09:56 | link | commenti (4)
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sabato, febbraio 05, 2005

Febbricitante folleggio felice, facendo finta 

postato da: akamu alle ore 11:52 | link | commenti (3)
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venerdì, febbraio 04, 2005

 Ecco elevarsi ego evasivo ed euforico  [Barbara85]

postato da: akamu alle ore 17:58 | link | commenti (3)
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giovedì, febbraio 03, 2005

 Della deambulazione dinamica dei dannati doveri. [Matisse]



postato da: akamu alle ore 15:46 | link | commenti (4)
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martedì, febbraio 01, 2005

Convulsa corsa conclusasi con cautela 


postato da: akamu alle ore 18:11 | link | commenti (1)
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domenica, gennaio 30, 2005

Banalmente balbetto braccando barboni basiti L'attesa


postato da: akamu alle ore 11:14 | link | commenti (3)
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sabato, gennaio 29, 2005

Ammetto audace adescamenti anodini, altrove. 


postato da: akamu alle ore 19:32 | link | commenti
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domenica, gennaio 02, 2005

Perfection is terrible: it cannot have children. Sylvia Plath


postato da: akamu alle ore 10:38 | link | commenti (2)
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venerdì, dicembre 31, 2004

Passare di anni, di secoli, di millenni, pioggia di minuti inglobati nel presente. Volti che si modificano, memorie che si cristallizzano, speranze che giocano con il dimenticare. Troppe parole per l'orrore che cavalca onde imprevedibili, per la natura che procede nel suo moto, incurante della nostra impotente onnipotenza: siamo tutti quell'Asia sommersa, anche se pensiamo di esserne lontani.

postato da: akamu alle ore 19:12 | link | commenti
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mercoledì, dicembre 15, 2004

I sei mesi canonici sono passati, come i mesi necessari per le visite di controllo da dottori più o meno pazienti... Ritorno a lasciare una traccia, una scia, un inutile post, totalmente privo di senso. Quando il nick è destino... aka_mu!


postato da: akamu alle ore 21:57 | link | commenti (2)
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mercoledì, maggio 12, 2004

 Nuove interfacce per vecchie in/visioni

postato da: akamu alle ore 19:50 | link | commenti (10)
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domenica, maggio 02, 2004

Spring is like a per...

Spring is like a perhaps hand
e.e.cummings



postato da: akamu alle ore 10:30 | link | commenti (3)
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sabato, maggio 01, 2004

L'oggetto transizion...

L'oggetto transizionale dello studente: "James Joyce was born in 1882".
Povero James, di nuovo cronologie...

 



postato da: akamu alle ore 18:54 | link | commenti (2)
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Avrei potuto essere ...

Avrei potuto essere un paio di robusti artigli
che graffiano il fondo di mari silenziosi.
T.S.E.




postato da: akamu alle ore 18:28 | link | commenti (2)
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domenica, aprile 25, 2004

Il culto dell'orgasm...

Il culto dell'orgasmo: l'utilitarismo puritano applicato alla vita sessuale; l'efficienza contrapposta all'ozio; la riduzione del coito a un ostacolo che va superato il più velocemente possibile per giungere a un'esplosione estatica, unico vero fine dell'amore e dell'universo.
Milan Kundera, La lentezza

 

 



postato da: akamu alle ore 10:13 | link | commenti (2)
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La velocità è la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all'uomo.

Milan Kundera, La lentezza

 


postato da: akamu alle ore 10:10 | link | commenti
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sabato, aprile 24, 2004

Pagina 23, come sugg...

Pagina 23, come suggerito dalla gentile commentatrice del mio post precedente:

L'alcool fa vibrare la solitudine e finisce per renderla preferibile a tutto [sempre Marguerite]


postato da: akamu alle ore 15:11 | link | commenti
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   &n...

     Non ho una storia. Così come non ho una vita. La mia storia viene fratumata ogni giorno, ogni istante di ogni giorno, dal presente della vita, e non ho alcuna possibilità di vedere chiaramente quello che viene chiamato: la propria vita

Marguerite Duras, La vita materiale


postato da: akamu alle ore 14:36 | link | commenti (3)
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Che evoluzioni... ...

Che evoluzioni...

 

 

 

 


postato da: akamu alle ore 09:59 | link | commenti
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